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Prima semifinale: conferme e sorprese

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Si è conclusa da poco la prima semifinale dell’Eurovision Song Contest alla Stadthalle di Vienna, fra risultati attesi e inaspettati e un turbinio di note e parole. Rimarchevole la particolare celerità con la quale si è svolta la serata, in pratica priva di interval act e caratterizzata da un ritmo molto sostenuto.
L’apertura è stata ovviamente affidata a un’ottima Conchita Wurst, che, sulle note della sua “Rise like a phoenix”, ha preso possesso del suo regno, in questo caso la Green Room. Dopo la sua esibizione, le tre presentatrici hanno aperto la gara in modo dinamico e senza perdersi in troppe chiacchiere.
La prima esibizione è stata quella di Eduard Romanyuta, rappresentante della Moldavia. Con l’ormai famoso look “braccato dalla polizia”, Eduard si è mosso su di una struttura che ha consentito a lui e ai ballerini un’esibizione molto dinamica. Purtroppo per lui, questo non gli è valso il passaggio in finale.
Esibizione al secondo posto, ma in questo caso per niente sfortunata, per i Genealogy. La loro esibizione, come sempre molto emozionale, si è svolta in una foresta virtuale, ed è stata vocalmente impeccabile. L’Armenia, come era facilmente prevedibile, va tranquillamente in finale.
Originalissimo e decisamente staccato dal resto il belga Loïc Nottet. Un gioco di bianco e nero, mosse decise a scatti, un pezzo moderno e deciso. Aggiungete la voce di colore chiaro e preciso di  Loïc, e il risultato è semplice: Belgio in finale.
In quarta posizione l’esibizione dei Paesi Bassi. Trijntje Oosterhuis sceglie una coreografia semplice e un vestito nero, con l’unica particolarità di una veletta che viene sollevata all’inizio della canzone. Il pezzo è accattivante, ma purtroppo non basta: le speranze che gli olandesi (e non solo) avevano riposto in Ttijntje vengono deluse. Niente finale per i Paesi Bassi.
Spazio, poi, alla canzone più corta della storia dell’Eurovision Song Contest. La Finlandia, con i PKN, porta per la prima volta il punk rock su questo palcoscenico. L’esibizione è energica e scuote letteralmente l’arena, che però conferma ancora una volta di non essere un termometro affidabile: non riascolteremo la canzone Sabato prossimo.
Canta poi Maria Elena Kyriakou per la Grecia. Molto Céline Dion, presenta una ballata classica con poche sorprese ma eseguita anche con ottima voce, con pianoforte in scena. Una combinazione sempre sicura: infatti la Grecia passa in finale senza colpo ferire.
Arriviamo a una delle favorite di quest’anno, l’Estonia. Si inizia con la luce solo su di lui, con lei che esce dall’ombra solo al momento di cantare. Indubbiamente una performance che ricorda molto i Paesi Bassi dello scorso anno, ma con qualche differenza, come le inquadrature con i primi piani sfalsati e il finale con l’uscita di scena di lui, che lascia la compagna a cantare da sola sul palco. Un’idea che porterà loro punti: intanto li porta in finale.
Un letto di foglie proiettato sul palco accoglie Danijel Kajmakoski e i M.E.R.J. Il cantante si presenta in impermeabile per intonarsi alla canzone, che viene eseguita con entusiasmo e in modo coinvolgente. Un vero peccato che il televoto e le giurie non recepiscano e neghino la finale alla Macedonia.
Arriva poi l’esplosione di energia e colore della Serbia. Bojana Stamenov è accompagnata da ballerini che, dapprima vestiti di bianco come lei, al momento di scatenarsi a ritmo di dance rivelano abiti ben più variopinti. L’arena è conquistata, il pubblico a casa pure: finale.
In contrasto con la precedente esibizione, Boggie si presenta con la sua lieve filastrocca per la pace, in un’ambientazione bucolica che trasmette senso di tranquillità e riflessione. Il messaggio deve essere andato a segno, visto che l’Ungheria guadagna, a sorpresa, la finale.
Ottima esibizione anche per la Bielorussia. Uzari e Maimuna si muovono quasi in una nuvola, girandosi intorno e alternandosi. Non c’è grande spettacolo ma indubbiamente l’esecuzione è ottima. Non basta, però, per raggiungere la finale.
Scontato il passaggio in finale della Russia, con Polina Gagarina e il suo vestito bianco con gonna e strascico illuminati. La ballata è classica e sicuramente tale da soddisfare gli amanti della canzone tradizionale, la voce semplicemente non si discute.
I danesi Anti Social Media scelgono un’ambientazione anni 50-60 in tema con il genere della loro canzone, che comunque a noi sembra più Oasis che Beatles. L’insieme è coinvolgente e spensierato
Terzultima a salire sul palco, Elhaida Dani ha rappresentato l’Albania e un poco l’Italia. “I am alive” è una canzone che richiede una voce dalla grande estensione e che poche cantanti si possono permettere. La presentazione semplicissima, basata solo sulle luci, non sembra facilitare il compito di Elhaida, ma alla fine la classifica la premia con la promozione,
I Voltaj si affidano a immagini in bianco e nero tratte dal loro ormai famoso video, oltre che alla loro splendida musica e alla voce del cantante, sempre di alto livello. Musica, testo, messaggio funzionano: la Romania passa in finale, e non è un caso. E neppure solo merito degli emigrati.
Chiude la gara la Georgia di Nina Sublati. Sola sul palco (le coriste sono nascoste) esegue il suo pezzo d’effetto con il solo aiuto di un gioco di luci e di uno sfondo astratto. La formula piace, e la “dark lady” si ritrova tranquillamente in finale.
Nessun interval act, solo alcuni filmati: gli austriaci celebri, gli australiani all’Eurovision, un cane, un gatto e un cavallo a giro per Vienna. Chi legge apprezza, non essendo grande fan degli interval act, ma sono gusti personali. Anche l’annuncio dei risultati senza suspence non è risultato gradito a tutti. Ma anche queste sono opinioni.