La finale vista dalla sala stampa!

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Eccoci qua ragazzi, stiamo guardando la serata finale dell’Eurovision Song Contest davanti al maxischermo del press center, ed è appena entrata in scena Petra Mede. Bisogna dirlo subito, la cerimonia d’apertura è stata degna di una edizione delle Olimpiadi. Abbiamo prima di tutto seguito un filmato su di un delizioso bruco che attraversa tutta Europa prima di fermarsi davanti a Malmö, diventare crisalide (alzi la mano chi non ha sentito una fitta di dispiacere per San Marino e Valentina Monetta), e poi splendida farfalla. Dopo di che, e crediamo sia la prima volta nella storia dell’ESC, tutti gli artisti in gara stasera hanno partecipato a una passerella trionfale, preceduti ciascuno da un portabandiera, sopra il ponte sul quale Loreen ha passeggiato nell’introduzione della prima serata.

In rosa shocking, Petra sta adesso introducendo la gara, senza dimenticare un divertente siparietto sui fans australiani addormentati davanti al televisore a causa del fuso orario. E ora, iniziamo con la musica!

Si esibisce per prima la francese Amandine Bourgeois con “L’enfer et moi”, in un’ambientazione letteralmente “satanica”, con luci rosse e gialle, ma senza esagerazioni. Amandine, voce soul non troppo nera, che ci arriva leggermente appannata negli acuti, porta un vestito a frange di pelle nera e si muove con misurata sensualità. Finale in crescendo, molto trascinante.

E’ poi la volta della Lituania con Andrius Pojavis e la sua “Something”. Il pubblico batte le mani seguendo la musica. Andrius appare a proprio agio e sicuro di sé. Nessun effetto speciale, solo fasci di luce a dare un’idea di discoteca. Genere già sentito, ma sicuramente ben eseguito.

La Moldavia presenta Aliona Moon con “O mie”. La delicata scena con pianoforte bianco e tre ballerini vestiti pure di bianco contrasta abbastanza con l’esagerazione del vestito, che copre una piattaforma mobile che, a un certo punto del brano, si alza sollevando la cantante, con immagini di fulmini e fuoco proiettate su gonna e sfondo. L’impressione è che questa messinscena sia superflua, e, anzi, tolga solo attenzione alla bella ballata e all’ottima voce di Aliona.

Abbiamo poi la sposina d’Europa, Krista Siegfrieds per la Finlandia, che per tutta la settimana ha girato per i luoghi eurovisivi di Malmö invitando chiunque a fare la “ding-dong walk”. Questo potrebbe averla portata a sforzare un po’ troppo la voce, che appare meno chiara che nella precedente esibizione. Ci piacciono lo spirito fortemente ironico della canzone e la prorompente simpatia di Krista, ma forse il tutto avrebbe beneficiato di uno sfondo meno deciso e di qualche fuoco d’artificio in meno. Si chiude, come previsto, col bacio saffico. Non è il primo neppure sul palcoscenico dell’ESC.

“Contigo hasta el final” è il brano che El Sueño de Morfeo presenta per la Spagna. Il vestito giallo di Raquel spicca contro il palcoscenico blu e contro i colori dello sfondo, che simulano un tramonto. La canzone è graziosa e piacevole, e Raquel interagisce con le lampade che pendono dal soffitto. Unica nota stonata, i fuochi d’artificio a metà brano, che sembrano un poco “presi e messi lì”.

Ci sentiamo, per ovvii motivi, molto coinvolti dall’esibizione del Belgio: si tratta di Roberto Bellarosa con “Love kills”. Il ragazzo è molto giovane, ma il vestito elegante non gli sta male (ha avuto l’accortezza di non mettersi la cravatta). Circondato da ballerine e coristi vestiti come lui di nero, Roberto stavolta affronta il brano con sicurezza ed entusiasmo. E’ già la sorpresa di questo ESC, visto che era stato dato per scontato che non sarebbe neppure passato in finale.

Inizia in bianco e nero l’esibizione di Birgit Õigemeel, per poi passare al colore nel momento in cui si apre il ritornello della sua “Et uus saaks alguse”. Birgit, per la sua dolcezza, i capelli neri e il vestito bianco, ci sembra un poco la Biancaneve dell’Estonia. Ma attenzione, che con quella voce e quella grinta saprà tirare fuori le unghie.

Ecco la bielorussa Alyona Lanskaya con “Solayoh”, canzone molto più trascinante della precedentemente prescenta “Rhytm of love”, che forse non sarebbe arrivata in finale. Vestito ridotto ai minimi termini, uscita da una gigantesca palla stroboscopica, ballerini scatenati, il trash c’è tutto. Però trascina!

Ed eccolo, il clan maltese dei Bezzina con “Tomorrow”! Gianluca sembra non credere ancora al fatto di essere sul palco per la finale, tanto il suo sorriso è stupito ed entusiasta. Dite quello che volete, ma questa canzone prende fin dal primo ascolto, e non esce più dalla testa. Un vero e proprio tormentone, spinto anche dalla simpatia di Gianluca e di tutto il clan, che finisce l’esibizione seduto sulla panchina del video.

La russa Dina Garipova canta “What if” in una foresta di globi luminosi che ricorda molto Cipro 2011. Una buona ballata, ma forse eccessivamente classica, e la voce di Dina non è sfruttata a pieno. Anche l’abito, con il coprispalle in pizzo bianco, ha un gusto forse eccessivamente orientato verso Est.

Attesissima l’esibizione dei Cascada, con “Glorious”, per la Germania. La frontwoman, in oro, canta in cima a una scala, che scende verso la fine. Ci stupiamo della moderazione degli effetti speciali per un pezzo così dance: appena una cascata di scintille.

Prosegue l’Armenia con i Dorians di Gor Suyjan e “Lonely planet”, composta da Tony Iommi dei Black Sabbath. Indubbiamente il pezzo non mostra in pieno la potenzialità degli artisti, ma è tutto meno che da buttar via. Lingue di fuoco, a simboleggiare il pianeta che sta bruciando. Vediamo di salvarlo.

Siparietto di Linda Woodruff a Stoccolma, talmente fredda da essere visitata da orsi polari. Simpatico il parallelo tra i reali di Svezia e gli Abba.

Una perla completamente distaccata dalle altre è “Birds” di Anouk, per l’Olanda. Talmente raffinata da farci temere per la qualificazione alla finale. Stasera, o va benissimo o malissimo. Anouk è sola davanti al microfono e canta con passione, su di uno sfondo di uccelli in volo. Se l’Olanda non ottiene un ottimo risultato stavolta, non si sa più cosa debba fare.

La Romania fa il paio con la Moldavia in quanto a piattaforme che portano in alto il cantante nascoste dal vestito. La voce di Cezar, interprete di “It’s my life”, non si discute. La messinscena, con i ballerini simil-nudi e chilometri di stoffa rossa, è molto operistica, ma forse un poco di semplicità in più gioverebbe.    

Un’altra diva: Bonnie Tyler con “Believe in me” per il Regno Unito. Bonnie è in scena con un gruppo di musicisti, in nero su di uno sfondo con i colori del sole. L’attacco vocale, purtroppo, non è dei migliori. Durante il pezzo la prestazione risale, ma l’impressione è che la serata, per la pur grandissima Bonnie, non sia delle migliori. Finale spettacolare con la cantante sollevata in mezzo al pubblico.

Eccoci ai padroni di casa. “You” di Robin Stjernberg è ovviamente acclamatissima dal pubblico presente. Personalmente, in questi dieci giorni l’abbiamo sentita in giro talmente tante volte da esserne un poco stanchi, sebbene non sia una brutta canzone. Il punto di forza è la voce di Robin. La messinscena sembra semplice, ma non vi impensierite, a un certo punto arrivano anche i fuochi d’artificio.

Siamo ancora sorpresi di vedere in finale una canzone sottile e delicata come quella ungherese, “Kedvesem” di ByeAlx. Sempre con cappellino, barba e occhiali, Alex canta su di uno sfondo sul quale scorrono le immagini del cartone animato contenuto nel video. Troviamo la voce della corista a tratti eccessivamente entrante.

Arriva la superfavorita, la Danimarca di Emmelie De Forest e “Only teardrops”. L’ufficio stampa ci ha perfino distribuito flauti simili a quello suonato sul palco. Una canzone molto più irlandese che danese. Emmelie sembra molto emozionata. Profusione di coriandoli luccicanti sul pubblico e di cascate di scintille, che appesantiscono un poco il tutto.

La farfalla vola fino all’Islanda per ascoltare Eythor Ingi che canta la sua “Eg a lif”. Sembra un pezzo islandese preso dall’ESC degli anni Ottanta, ma forse proprio per questo è incantevole. L’atmosfera è sognante, la voce del cantante davvero notevole, l’interpretazione coniuga forza e tenerezza. Ottimo.

Belle immagini di Baku nella cartolina dell’Azerbaijan. La coreografia che Farid Mammadov esegue per “Hold me” colpisce con classe. In una teca di plexiglass si muove un ballerino che rappresenta l’immagine di Farid stesso. All’arrivo di una lei vestita di rosso, mille petali di rosa riempiono la teca, mentre i due innamorati si cercano. Pezzo accattivante, prestazione vocale convincente.

Si arriva alla trascinante “Alcohol is free” dei greci Koza Mostra e Agathon Iakovidis. I gonnellini, finalmente, sono più greci che scozzesi. Entusiasmo incontrollabile da parte dei fans presenti in sala stampa. Dopotutto, i greci sanno come festeggiare. Sul palco si salta e si balla con forza, ma anche con senso della tradizione.

Ancora una grande  favorita: l’ucraina Zlata Ognevich con “Gravity”. L’atmosfera è da favola, Zlata arriva in scena in braccio a un gigante che la posa su di un sasso. I coristi risalgono dalla nebbia. Grazioso, ma quello che conta è la voce di Zlata, straordinaria, e la canzone, una ballata per niente banale e molto ariosa.

Eccoci al nostro Marco! Non c’è niente da fare, non guarda in camera. Lui segue la sua musica, il suo pensiero, ma dà tutto sé stesso. Si muove un poco di più che nelle prove, l’esecuzione vocale come sempre è impeccabile, e possiamo essere soddisfatti anche solo della prestazione: stasera l’Europa ha conosciuto un grandissimo interprete italiano.

L’elettropop della Norvegia, con “I feed you my love” di Margaret Berger, non aggiunge ne’ toglie niente alle precenti esibizioni. Il pezzo è moderno e ben cantato, la scena in bianco e azzurro colpisce e il vestito della cantante è perfettamente integrato.

Sono datati, ma accattivanti, Sopho e Nodi, che eseguono “Waterfall” per la Georgia. Un misto di “Running scared” e “Molitva” con una spruzzata di “In a moment like this”. Ci vuole voce per un pezzo del genere. In sala stampa, i fans lanciano palloncini bianchi e rossi. Ne è scoppiato anche uno.

Si chiude con l’Irlanda di Ryan Dolan e “Only love survives”. Simboli tribali e percussionisti tatuatissimi per un pezzo che, in fondo, è una canzone pop. Ritmo ballabile e trascinante, ben eseguita, ma in fondo simile a tante altre. Buon materiale per i vari Euroclub ed Euro Fan Café, comunque.      
 
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