Françoise Hardy scrittrice, per la prima volta in italiano

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“L’amour s’en va”, cantava Françoise Hardy nel 1963, in rappresentanza del Principato di Monaco. E probabilmente stava anche vivendo i tormenti che cantava sul palco, almeno a giudicare da questo suo romanzo di ispirazione autobiografica. “L’amore folle”, da poco uscito in Italia, è il suo secondo libro, ma il primo a essere tradotto in italiano. Io l’ho letto, e l’ho trovato molto attuale nel descrivere l’approccio malsano e sbagliato che, ancora oggi, molte donne hanno nei confronti del rapporto a due.

Per darvi un’idea di quello che Françoise racconta, vi riporto la recensione che ho scritto e che è stata pubblicata dal sito Sololibri.net. Buona lettura, se vorrete affrontarla!

“Forse i più giovani non la ricordano, ma Françoise Hardy è stata, negli anni sessanta, una delle cantanti straniere più amate in Italia. Lanciata dal brano “Tous les garçons et les filles”, più volte in gara al Festival di Sanremo, rappresentante del Principato di Monaco all’Eurofestival, la delicata francesina sembrava avere dalla vita ogni cosa che potesse desiderare: la dolcezza di una bambina unita alla classe di una donna vera, il triste esistenzialismo alla francese profuso di un’acerba e misteriosa sensualità, Françoise Hardy popolava i sogni e i desideri di legioni di uomini. Eppure anche lei, eterea e irraggiungibile come una dea, conosceva i tormenti e perfino la disperazione di un amore non corrisposto, un’ossessione che divora la vita, inondando mente e cuore di veleno travestito da miele.
Dopo “Le despoir des singes”, sua autobiografia, questo, “L’amore folle”, è il secondo libro di Françoise Hardy, nonché il primo tradotto in italiano ed edito da Clichy. Si tratta di un romanzo con una forte base autobiografica, anche se, per indicazione della stessa scrittrice, sarebbe sbagliato voler cercare nella trama il ricordo di un particolare amore della sua vita: semmai, nella figura di X., l’uomo del quale la protagonista, una donna senza nome, si innamora fino alla follia, si può ritrovare l’unione e il miscuglio di molti degli uomini che hanno accompagnato i suoi anni. Una donna apparentemente forte, indipendente, sessualmente liberata, incrocia un uomo che, a prima vista, non la impressiona neppure. Nasce una storia che non è amore: ne’ da parte di lui, che, dopo avere soddisfatto per un paio di volte i propri istinti, rifiuta ogni ulteriore approccio, attento, però, a non farsi scappare la sua adoratrice, essenziale per alimentare il proprio narcisismo; ne’ da parte di lei, che, non amando se stessa, non può pensare di amare un partner e si intestardisce su quella che ormai è solo un’idea rimasta ancorata all’incanto dei primi incontri, ma avulsa dalla realtà attuale del rapporto.
Si tratta di un romanzo praticamente senza trama, nel quale lo svolgimento si riduce a un alternarsi di illusioni e disillusioni, essenzialmente da parte di lei, che si sforza di resistere e liberarsi dalla ragnatela, ma trova poi ogni scusa, ogni pretesto per continuare a ossessionare se stessa e quello che lei considera il suo uomo con una storia che solo lei si ostina a voler costruire. Lui si tiene da parte, si nega, la rifiuta, a volte si concede a piccole dosi e gettandole poi addosso mille sensi di colpa per averlo trascinato controvoglia in una situazione che, sostiene, non aveva ragion d’essere. Ma più lui si allontana, più lei lo insegue con concitazione e determinazione, avvolta sempre più strettamente in una spirale di perdizione. Nel vortice delle emozioni, la narrazione passa dalla terza persona alla prima, e in quel momento si intuisce che è Françoise stessa che si rivela come protagonista e si rivolge a tutti quegli uomini che, nella sua vita, l’hanno portata a una situazione di autodistruzione come quella che descrive.
L’analisi minuziosa di ogni situazione, di ogni gesto, di ogni parola, non porta salvezza, ma ulteriori illusioni, in un giro vizioso che non trova soluzione. Inquietante il fatto che la narrazione non abbia una conclusione, ma, anche dopo quella che sembrava la rottura definitiva, riprenda esattamente come poche pagine prima, simboleggiando l’impossibilità di divincolarsi da uno stato mentale di sudditanza e dipendenza. Inquietante, ma profondamente vero.”