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Colori e luci della seconda semifinale

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Anche la seconda semifinale dell’Eurovision Song Contest, conclusasi qualche ora fa, ha riservato qualche sorpresa positiva, così come altre negative. Si è trattato comunque di una serata, come la prima, svelta e dinamica, e che non ha risparmiato emozioni, entusiasmo e divertimento.
Dopo le formalità iniziali di rito, i primi a cantare sono stati i lituani Monica e Vaidas. La canzone è leggerina e orecchiabile, ma è stata sostenuta da un’interpretazione dinamica e frizzante, e sicuramente sospinta dal bacio che i due, come anche i coristi, si sono scambiati a metà canzone, con uno stop di tempo e musica. In finale.
Esibizione numero due, sfortunata come da copione, per l’Irlanda. Non ci sono particolari motivi: Molly Sterling è stata ottima, e la presentazione semplice e adatta alla canzone. Probabilmente solo casualità o sfortuna, se non ha raggiunto la finale.
Nota dolente, per noi, il mancato passaggio in finale di San Marino. I ragazzi hanno cantato bene, la messa in scena è stata ottima, molto suggestivo il momento in cui danno le spalle al pubblico, offrendo alla telecamera lo spettacolo dei cellulari illuminati. Se avessimo dovuto credere all’ovazione dell’arena, Anita e Michele sarebbero passati in finale senza colpo ferire.
Successo, invece, per il Montenegro, che ha raggiunto la finale per il secondo anno consecutivo. Knez ha eseguito con maestria e trasporto la splendida ballata di Zeljko, incantando pubblico, giurie e televoto. Una finale meritatissima.
Nella lotta fra guerriere, purtroppo, Amber ha dovuto soccombere. La dolcissima maltese, malgrado la grinta e la solarità messa nella sua interpretazione, non ha raggiunto la finale, con grande delusione dei fans. Ma una vera guerriera sa superare anche questi momenti.
Poca fortuna anche per Leonor Andrade: il suo midtempo non è servito a portare il Portogallo in finale, malgrado fosse uno dei brani che si staccavano dal resto anche solo per il fatto di essere cantato in lingua originale. La bella e decisa Leonor torna quindi a casa, e Lisbona si allontana almeno di un altro anno.
Avevamo sperato che questa semifinale segnasse finalmente il primo passaggio in finale della Repubblica Ceca. Marta e Vaclav avevano tutte le carte in regola: ballata e interpretazione potenti e passionali, colpo di scena finale con Marta che si sfila le scarpe e le lancia verso il retro del palco. Invece, tutto questo non basta a promuoverli.
Ha invece centrato il bersaglio l’esibizione israeliana. Nadav Guedj, con la spensieratezza dei suoi sedici anni, è un vero “Golden Boy” che infiamma e fa ballare tutta l’arena. Il ritmo è trascinante, il sound è tipicamente mediorientale e gli si perdona anche l’uso dell’inglese. Notevoli le scarpe dorate, che sottolineano la canzone.
La lettone Aminata, con la sua voce strepitosa e la sua canzone rarefatta, si è presentata fasciata in un fantastico abito rosso che, verso il basso, esplodeva in una gonna larghissima. Ferma davanti al microfono come il vestito richiedeva, ha trasmesso al pubblico le sue vibrazioni e ha raggiunto la finale.
Bosco di notte e due ballerini per Elnur e la sua “ora del lupo”. Già rappresentante dell’Azerbaijan al suo debutto, ha imparato a dosare la voce e a cantare su di un tono più pop per un brano più sfumato e suggestivo. Impossibile mancare la finale!
Graziosa la performance di Maria Olafs, con una canzone pop piuttosto innocua. Malgrado la sua freschezza, il suo brio e la presenza di Hera Bjork tra le coriste, l’islandese non ha convinto, e per lei le porte della finale sono rimaste chiuse.
Spalancate, invece, per Måns Zelmerlöw, che ha portato i suoi pupazzetti virtuali direttamente alla serata di Sabato. La Svezia ha mancato la finale una sola volta nella sua carriera eurovisiva, e non poteva certamente farlo con una delle canzoni date come superfavorite.
Mélanie René, che ha rappresentato la Svizzera, non può rimproverarsi niente: voce e interpretazione non hanno avuto pecche. Se non è stata promossa alla finale, sarà forse colpa del titolo troppo inflazionato: lanciamo un appello agli autori affinché soprassiedano dall’utilizzare ulteriormente la parola “shine” nei loro testi, e soprattutto nei titoli.
Una bella sorpresa è stato invece il passaggio in finale di Cipro. La dolce, semplice, delicata ballata di Yiannis Karayiannis, la cui regia passa dal bianco e nero al colore, ha dimostrato che non c’è bisogno di fuochi d’artificio per avere successo e per entrare nel cuore degli spettatori.
Inevitabile il passaggio in finale della Slovenia, data come favorita. Ottima interpretazione di Marjetka, con Raay alla tastiera e le immancabili cuffie in testa. Curiosa la suonatrice di “air violin” che ha arricchito la presentazione.
Ultima a esibirsi la Polonia, con Monica Kuszynska che ha scelto di portare in scena la sua carrozzina, anche se parzialmente nascosta dai veli del vestito. In televisione non si è visto, ma in arena alcuni schermi riproponevano delle immagini di gioventù della cantante, prima del terribile incidente. Il messaggio che si voleva lanciare è chiaro, anche se non abbiamo potuto evitare un sentimento di grande tristezza. La raffinata ballata, comunque, ha ben meritato la finale.
Confermata la mancanza di interval act, sostituiti ancora una volta da due filmati: uno sempre sui personaggi famosi dell’Austria, l’altro sulle gaffes successe negli anni durante le votazioni eurovisive.
Abbiamo quindi i nomi di tutti i Paesi promossi in finale. E Sabato si fa sul serio!