La nostra finale da brivido… dalla sala stampa

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Ed eccoci qua, siamo alla grande serata! Questa è la finale dell’Eurovision Song Contest 2015, e, senza fare pronostici di alcun tipo, ve la raccontiamo, come ormai da qualche anno, direttamente dalla sala stampa della Stadthalle di Vienna.

Non avete idea della folla che abbiamo qui stasera. I greci, come da tradizione, hanno già apparecchiato il loro tavolo con bandiere e striscioni, ma anche gli altri Paesi non sono da meno: stasera qui si farà festa come e più che nell’arena!

Finalmente sentiamo la sigla dell’Eurovisione, e parte l’opening act. Venti minuti di varietà che includono i Wiener Philarmoniker, l’orchestra dell’ORF, un filmato sul tema del cerchio nella natura, e naturalmente Conchita insieme alle tre presentatrici. Quello che veramente commuove è però un altro video sul tema del costruire ponti, nel quale abitanti di tutto il mondo interagiscono attraverso immagini accostate. Splendido, ma qui tutti sono impazienti di entrare nel vivo della gara!

Inizia la Slovenia: i Maraaya con “Here for you”. Si inizia con Marjetka su sfondo nero, in un romantico abito di pizzo bianco a contrasto con le cuffie da DJ che porta in testa. In tuta nera brillantinata la figurante che suona l’air violin, mentre Raay, al pianoforte, sembra divertirsi moltissimo a muovere le braccia a ritmo. Ne ha ben donde: la canzone è godevole e la voce particolare di Marjetka le dà veramente un tocco in più.

Posto sfortunato, il numero due, per la francese Lisa Angell. Nel girgio di una città distrutta, completamente vestita di nero, la cantante inizia con tristezza e rimpianto la sua “N’oubliez pas”. Mentre il pathos cresce e la drammaticità raggiunge il culmine, centinaia di tamburini appaiono sullo sfondo. Esibizione suggestiva e coinvolgente anche dal punto di vista vocale.   

Israele, in completa antitesi, infiamma la sala stampa. Nadav Guedj e i suoi ballerini, in una messa in scena semplicissima, riescono a trascinare anche i più reticenti al ballo. Tutti i giornalisti si sono alzati in piedi e battono le mani a ritmo, mentre sullo schermo il colore oro domina la scena, con particolare riferimento alle incredibili scarpe di Nadav. Gli stivali d’oro hanno già portato fortuna una volta, no?

Si torna agli anni 60-70 con l’estonia. Stig inizia in controluce, come davanti a una porta aperta. Dopo la prima parte del ritornello, se ne apre un’altra, e, nella sua striscia di luce, appare Elina. E’ un incrociarsi di lame il loro sguardo, fra la delusione di lei e l’aria di scusa di lui, che esce alla fine della sua parte, lasciando lei sola a concludere tristemente la loro “Goodbye to yesterday”

Adesso si balla! Ci sono gli Electro Velvet con “Still in love with you” per il Regno Unito. Ambientazione anni Trenta con effetto luminoso sui vestiti e sulla scenografia. Certi problemi dei costumi sono stati risolti, e l’insieme è davvero gradevole. Un buon modo di dimostrare come lo swing non sia necessariamente fuori moda. Bellissima, comunque, la presa dall’alto che fa pensare a un vinile sul piatto.

L’Armenia coinvolge con “Face the shadow” e un’esecuzione emozionale, ambientata tra foreste di alberi e motivi artistici che richiamano la tradizione del Paese. I Genealogy sentono molto il coinvolgimento del rappresentare il loro Paese in questo contesto, ma questo non compromette la bellezza delle voci e il pathos dell’esibizione.

Buffo che la Lituania abbia scelto come sfondo un sole che richiama molto la bandiera della Macedonia. “This time” è un brano spensierato e senza pretese, nel quale Monica e Vaidas sembrano quasi i protagonisti di un cartone animato. Il triplo bacio (fra cantanti e coristi dello stesso sesso) entusiasma e dà una notevole spinta all’esibizione.

Arriva la Serbia con Bojana Stamenov e i suoi “fantasmi dell’Opera” mascherati di bianco. E’ un’esplosione per i fans serbi che si scatenano, mentre i ballerini cambiano in vestiti bianchi in esplosioni di colore e Bojana esegue senza pecche la sua “Beauty never lies”. Attenti alla Serbia, potrebbe essere una vera sorpresa.

Palco color bronzo per la Norvegia. Mørland e Debrah cantano con voce quasi rotta dall’emozione, con meno distacco del solito, ma “A monster like me” rimane un pezzo rimane di altissima classe. Le movenze sono minimaliste, ma l’esplosione finale è potente. La semplicità della messa in scena gioverà, oppure i fans rimpiangeranno la tavola imbandita del video?

Arriviamo alla favoritissima Svezia e agli “Heroes” di Måns Zelmerlöw. La performance è televisivamente perfetta, con  Måns che interagisce alla perfezione con i disegni animati, e uno stacco da lontano sul ritornello. Bello e grintoso, ci fa ballare con un pezzo di livello.

Se, dopo tanto ballare, abbiamo bisogno di riposarci, ecco che viene in nostro aiuto il cipriota Yiannis Karayiannis. Inizia la sua “One thing I should have done” in bianco e nero, vestito con un classico completo giacca e cravatta, fermo davanti al microfono. Nella seconda strofa viene introdotto il colore, ma l’impostazione resta la stessa. Il canto è dolce e accattivante, e lascia trasparire tutto il sentimento delle parole.

Ed eccoci finalmente al debutto dell’Australia. Resterà una “toccata e fuga”? Solo il tempo potrà dirlo. Intanto scateniamoci con Guy Sebastian e “Tonight again”. Con la giacca e il borsalino ricorda il vecchio vaudeville, ma il ritmo è ben altro. La sala stampa si alza e balla, ammirando il dinamico sfondo che ricorda una metropoli del nuovo continente. Temibile concorrente!

Si balla con altro ritmo con il Belgio: Loïc Nottet ha davvero il “Rhytm inside”. Bianco e nero, ritmo sincopato, grande classe. La strofa è un poco “trattenuta” per dare più forza al ritornello assolutamente irresistibile, che non lascia nessuno seduto. Coreografia studiata al centimetro, probabile candidato per un piazzamento molto alto.

E’ il turno dei padroni di casa, gli austriaci The Makemakes con “I am yours”. Si tratta di tutt’altro genere, un gruppo rock con notevoli influenze anni 60-70, lo staging non può quindi che essere estremamente semplice, basato solo su luci azzurre e bianche. L’atmosfera diventa più da concerto che da gara, estremamente rilassata ma coinvolgente. Per dare il tocco più rock, dal pianoforte escono fiamme. Una gag non nuovissima, ma sempre d’effetto.

E’ il momento di scatenarsi, per i greci, anche se la loro canzone è una ballata alla Céline Dion. Maria Elena Kyriakou e la sua “One last breath” forniscono la classica canzone che all’Eurovision Song Contest non deve mai mancare. Pianoforte, emozioni in crescendo e la storia di un amore finito, cantata con ottima voce.

Se parliamo di ballate, però, Željko Joksimović non è secondo a nessuno: ed è lui che ha scritto “Adio” per Knez. Il Montenegro può esserne orgoglioso. Impostazione visiva alla Željko con cinque coristi/musicisti, sfondo in blu, semplicità e spazio al bellissimo brano. La voce di Knez è suggestiva e suadente. E dire che a prima vista sembrerebbe un rapper!

Arriva Ann Sophie, per la Germania. Sarà anche stata la seconda scelta, ma si è rivelata ottima, visto che la sua “Black smoke” sta entrando in testa a tutti, con il suo ritmo quasi ossessivo e il ritornello urlato. La messa in scena ricorda quasi un film di James Bond, con la cantante provocante in tuta nera con profondo scollo posteriore. Ci si può aspettare un buon piazzamento.

Dolce, suadente “In the name of love” di  Monika Kuczyńska. Tristissima la sua storia e tristissimo vedere sui maxischermi le sue immagini prima dell’incidente, ma la canzone dà speranza. La voce di Monika ha guadagnato sicurezza, e accarezza la musica gentilmente.

Ecco la Lettonia, Aminata e il suo vestitone rosso che, probabilmente, rimarrà nella storia del concorso. A quest’ora della sera il suo pezzo ci giunge gradito, perché abbiamo tutti bisogno di una “Love injection”. Proiezioni che ricordano una cattedrale fanno da sfondo alla sua voce, che parte come un filo e diventa potente nel ritornello. Un pezzo come questo è una mina vagante, una variabile impazzita che può fermarsi ovunque.

Entusiasmo rumeno per i Voltaj e la loro “De la capat”. Circondati da valigie e immagini in bianco e nero che “raccontano” il significato della loro canzone, i Voltaj cantano come non hanno mai fatto prima, mettendoci davvero tutta l’anima e rasentando la perfezione. Si percepisce che vogliono portare il loro messaggio più lontano possibile. Ma chissà che, così, non volendo, non raggiungano anche un’alta posizione!

All’alba non manca molto: all'”Amanecer” di Edurne siamo già arrivati. L’inizio stile “Pietà di Michelangelo” può sollevare perplessità; in ogni caso il brano è d’effetto e la messa in scena in puro stile eurovisivo, anche se sembra che la voce, stasera, sia un poco trattenuta. Esplosione al momento dell’entrata in azione di Giuseppe, il ballerino italiano che la accompagna.

E’ il momento in cui l’ungherese Boggie fa il suo appello contro le guerre inutili, “Wars for nothing”. Ambiente bucolico, poco movimento, tanta dolcezza e una buona armonia delle voci. Un pezzo che potrebbe, per alcuni, risultare soporifero, ma per altri essere perfino vincente.

Ecco la “Warrior” che ha vinto il combattimento a distanza, Nina Sublati per la Georgia. Un po’ Morticia, un po’ Anna Oxa dei tempi migliori, con l’aggiunta di piume alla Dana International, interpreta come al solito bene il suo pezzo, rabbioso nella strofa e arioso nel ritornello. Attenzione alla guerriera!

Dopo una guerriera, un lupo dall’Azerbaijan. Elnur Huseynov usa una messa in scena tipicamente azera, con ballerino e ballerina. Stavolta l’ambientazione è un bosco di notte, e i ballerini sembrano rappresentare due lupi bianchi. Il pezzo è comunque uno dei più suggestivi in concorso, e la voce di Elnur, sebbene più moderata rispetto ai virtuosismi del 2008, semplicemente non entra in discussione.

Adesso bisogna fare veramente attenzione, perché entra in scena la favoritissima Polina Gagarina per la Russia. “A million voices” è classica e senza particolare originalità, ma la voce è ottima, e l’aria da Marylin in erba di Polina incanta. Il vestito illuminato dall’interno è un poco un retaggio di certi Eurovision precedenti (Moldavia e Romania 2013), ma lo spettacolo piace sempre. 

E adesso, Italia, apri gli occhi e le orecchie. Intanto c’è la vincitrice di “The Voice of Italy” Elhaida Dani, che stavolta, però, rappresenta l’Albania con “I’m alive”. Il palco è un semplice gioco di luce, ed Elhaida è elegantissima in nero, con gonna lunga e ampia e profonda scollatura. La canzone non è di facile ascolto, ma la voce è straordinaria, con un acuto che spacca.

Ultimi a esibirsi, i nostri ragazzi de “Il Volo”, ma penso che, specialmente quest’anno, siamo troppo di parte per poterne parlare con serenità. Lasciamo quindi che siano le note e le immagini a parlare a giurie e televoto, e attendiamo il risultato finale!