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Un racconto sull’Eurovision – Terza puntata

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Rieccoci al nostro appuntamento letterario ed estivo. Quale migliore occasione di una giornata di festa e di serenità, in città o in giro, per l’Italia o per l’Europa, di passarsi un po’ di tempo con le storie di Fausto e della persona che gli succede di incontrare?
A voi:
5.
La Luce del Nord è quella luminosità che acquisiscono i raggi del sole quando vengono schermati da un cielo coperto di nuvole chiare. 
La Luce del Nord fa giorno chiaro, e concede l’ottimismo che ti attiva la luce, ma non ferisce gli occhi come la Luce Mediterranea.
La Luce del Nord rischiarava le lastre di ardesia rossa della facciata d’ingresso della Malmoe Arena, lo stadio di casa della squadra di hockey su ghiaccio della città svedese, che quest’anno era stato scelto come palco dell’Eurovision Song Contest.
Fausto guardava l’arena dall’altra parte della strada, attraverso l’ampio e chiaro piazzale di pietra grigia movimentato da alcune aiuole da dove spiccavano diversi giovani ontani.
Era diretto al Press Centre, subito a lato dell’Arena, dove aveva un appuntamento fissato con il cantante rappresentante di Malta, che si chiamava Luke. Fausto aveva mandato una mail di richiesta di intervista all’indirizzo indicato come Press, e aveva ricevuto velocemente una risposta cortese che, in parte in inglese e in parte in italiano, lo invitava per quel giorno alle undici e venti, dopo il rehersal.
La sala stampa era molto meno luminosa dell’esterno, ed era illuminata da alcune luci al neon attaccate al soffitto, non troppo forti da dare l’idea di un’ospedale, ma non abbastanza forti da essere l’unica fonte di luce. La luminosità era concentrata nei punti essenziali, ai tavoli della reception e sui tavoli da lavoro dei giornalisti.
Per le interviste era stato predisposto uno spazio ampio. Intorno a nove pali alti fino al soffitto che volevano rappresentare degli alberi stilizzati, punteggiati da migliaia di piccole lampadine illuminate, era stato posizionato, su tre lati, un recinto costruito con liste di legno sovrapposte a formare figure geometriche e profondità irregolari. La parete di fondo era stata coperta di drappi neri, e vi erano stati appesi sopra dei quadri di arte pop che rappresentavano varie personalità famose nel mondo, oltre alla vincitrice dell’anno prima. Intorno al recinto erano stati posizionati dei punti luce, schermati da strutture di plastiche colorate che davano nel complesso l’idea di una serata passata a rilassarsi in un bar moderno e alla moda, piuttosto che di trovarsi, in fondo, in un luogo di lavoro.
Fausto si accomoda dentro la Interview Lounge, e attende l’arrivo di Luke. Lo vede dopo poco, uscire dal corridoio che collega la Sala Stampa con l’Arena, circondato dai suoi backings, mentre sta salutando svariate persone che lo fermano. “Camicia bianca sotto giacca grigio scuro”, non può fare a meno di pensare, mentre Luke si avvicina.
Si presentano e poi si siedono.
Fausto ha sempre cercato di fare interviste con una certa fantasia. Le domande che aveva sentito spesso ripetere da tanti giornalisti, che probabilmente erano solo ansiosi di farsi vedere, tenere in mano un microfono e parlare con il proprio cantante preferito, gli sembravano estremamente banali. Come: “Che emozioni hai provato quando hai capito di aver vinto”, nelle varianti “quando hanno detto che eri passato in finale” e “quando sentivi che ti davano dodici”. Oppure “Hai fatto festa quando hai saputo di aver vinto/passare in finale”.
E allora lui cercava sempre di concentrarsi sul significato della canzone che portavano all’Eurovision, sulle parole del testo o sulla messa in scena complessiva, e pensava che ogni canzone e cantante meritasse rispetto, per l’impegno che ci metteva.
“Allora, Luke, grazie per aver accettato l’intervista. Se non ci sono problemi, ti faccio le domande in italiano e tu rispondi in inglese”. Luke annuisce e sorride. Fausto fissa Luke negli occhi, e parte con la prima domanda: “Quando è nata la tua passione per la musica, e quando è nata la passione per la medicina”
“Canto da quando sono piccolo, avevo sei o sette anni, insieme a tutti i miei fratelli e sorelle… – ha un momento di esitazione, sorride, abbassa gli occhi, li rialza e ricomincia, parlando in inglese – non saprei dire quando è iniziata, si può dire che è cresciuta mentre crescevo. E anche la passione per la medicina, probabilmente è iniziato tutto quando vedevo mio padre nelle sue crisi di asma. Non che non potesse curarsi, ma lo vedevo così, quand’ero piccolo, e allora dicevo che avrei voluto fare il dottore per curare mio padre”.
Mentre Luke parlava, Fausto cercava di mantenere la concentrazione, ma i suoi pensieri si concentravano su altri particolari… [Che bel sorriso che si ritrova, e quando sorride, sorride con gli occhi. E poi quel modo di abbassare gli occhi…. Cos’è questa cosa che sento?].
Un attimo di esitazione, due parole per prendere tempo: “Ecco…. sì…” e torna a concentrarsi sull’intervista, traduce in italiano la risposta e passa all’ultima domanda: “Sei di famiglia italiana, che rapporti hai con l’Italia?” e Luke, sorridendo, di nuovo in italiano: “Sono stato a Firenze, a Venezia, e a Torino. Il mio Paese ha un legame [… un legame….] con il tuo, e poi capisco bene l’italiano, e me la cavo anche a parlarlo, ho imparato quando ero piccolo e vedevo i cartoni animati, non ce lo insegnano a scuola – si gira verso i suoi backings, due parole in maltese e poi ricomincia in inglese – Non ce lo insegnamo a scuola, ma lo impariamo sul campo” e ride.
Appena finita l’intervista sono ancora lì, Fausto e Luke, mentre gli amici backings lo hanno salutato e sono tornati in albergo. Fausto guarda Luke, i capelli tagliati corti e pettinati senza un senso preciso all’indietro, la giacchetta corta, leggera e grigio scuro e la camicia bianca, prende coraggio e “Sei molto simpatico”, con un leggero tremito che gli incrina la voce mentre si sforza di guardarlo negli occhi. “Anche tu”.
Luke si incammina verso l’uscita, con Fausto a fianco. Dopo qualche passo, Fausto circonda la schiena di Luke con un braccio. E Luke fa lo stesso.
6.
L’Eurovision era finito, e le delegazioni erano tornate a casa. Fausto e Luke si erano salutati con la promessa di rivedersi a Roma appena possibile.
Dalla terrazza del Pincio si vedeva in basso Piazza del Popolo. Era sera e la piazza era illuminata, e le luci dei lampioni le davano una sfumatura giallo oro.
Fausto era seduto su una panchina della terrazza, Luke era sdraiato sulla panchina e teneva la testa sulle ginocchia di Fausto. Fausto gli accarezzava i capelli. Luke teneva un braccio alzato per accarezzare la guancia di Fausto.
Erano lì in quella posizione da un tempo infinito. Avevano girato per Roma tutta la giornata ed alla fine erano arrivati lì, e avevano visto il sole tramontare.
Roma era bella da vedere, ma a Fausto non era mai piaciuto portare i suoi amici, quelle rare volte che capitava, sui luoghi che solitamente attiravano la maggior parte dei turisti. Quando doveva presentare la sua Città ai suoi amici, li portava a vedere la chiesa sotterranea di San Clemente invece di San Pietro, e il quartiere Eur invece del Colosseo. Per gli amici tifosi della Roma aggiungeva lo Stadio Olimpico, e per gli amici dell’Eurovision gli studi di Cinecittà, perché lì si era tenuto l’ultima edizione organizzata dall’Italia.
– Diverso dal solito arrivare a Roma per vedere queste cose?
– Certo che Cinecittà non rientra nell’elenco delle principali attrazioni di Roma.
– Lo sai che a me sono sempre piaciute le cose diverse dal solito. Ho imparato perfino delle parole in estone. Chi se lo impara l’estone, fuori dall’Estonia?
– Non sarebbe il primo Paese che sceglie di cantare in inglese.
– Soddisfatto del tuo ottavo posto? – cambiando argomento.
– Eh beh, era un bel po’ di tempo che non arrivavamo così alti.
– Però hai portato la canzone in inglese.
– Eh, è una delle possibilità. Ma sicuramente se ti vuoi far capire all’estero devi cantare in inglese.
– Però è un peccato. Sarebbe bello sentire una canzone in maltese all’Eurovision.
– E’ sempre una scelta artistica. Grandi cantanti sanno cantare anche in inglese.
– Per me le canzoni esistono solo in lingua madre.
– Fausto, io ho cantato in inglese.
– Eh.
– Non è la mia lingua madre.
– Infatti hai sbagliato.
– Non penso di aver sbagliato. E’ una scelta artistica, ti ripeto. Si può cantare anche in una lingua che non è la propria. E comunque, alla selezione, sono stato scelto io.
– Non tutti ti avrebbero sostenuto così tanto, se Kevin avesse evitato l’errore di non venire il giorno della semifinale.
– Magari possiamo anche essere umorali, da quelle parti, ma non credo che sia l’unico motivo, né il più importante, che mi ha portato a vincere.
– Però la canzone di Kevin era veramente bella. Era cantata in maltese. Poteva anche fare meglio del tuo risultato.
– E basta, Fa’. Cantare in lingua originale non è l’unico elemento che si valuta in una canzone. Sembra che la mia canzone non ti piaccia per qualche altro motivo. Fausto, ti piace la mia canzone?
– …
– Anche il silenzio ha una voce…
– On vaikusel see võim heliseda.
– Eh?
– Il silenzio ha il potere di risuonare. E’ una delle canzoni dell’Estonia. In lingua originale.
– Non ti nascondere dietro ad affermazioni che nessuno potrebbe contestare.
Un momento di silenzio. Luke lo guarda con gli occhi seri e fissi. Fausto rimane serio a fissarlo, e si rende conto che ha sbagliato.
– Non ti piace la mia canzone…. la mia canzone è parte di me, come tutte le cose che scrivo….
Un altro momento di silenzio. Fausto sembra stia per piangere, ma non riesce a dire una parola. 
Luke volta le spalle a Fausto. – Ciao – gli dice da dietro le spalle, con una decisa freddezza.
E Fausto sente nelle orecchie la voce del suo pensiero: “Che c’entra l’Estonia con noi?”, ma Luke si è già allontanato, e ormai ha perso l’occasione di dirglielo.
7.
Una sera tipica delle ottobrate romane, quando è passato il tempo dell’estate e non è cominciato ancora l’autunno, un periodo di passaggio in cui c’è abbastanza fresco nell’aria che non è ancora però freddo, e l’asfissio della calura estiva è all’incirca un ricordo.
In quella sera, la sera del giorno dopo, Luke stava seduto a quel tavolino, da solo, e si guardava intorno e vedeva solo coppie sedute ai tavoli vicini, quelle che gli sembravano coppie felici, mentre in testa gli si arrovellavano pensieri e prese di posizione contrastanti. Era stata colpa sua? Era stato il suo atteggiamento a sembrare quello freddo? E perché non riusciva a spiegarsi questo blocco, questa tensione, questo slancio che tentava di reprimere, quando parlava con Fausto? E però si sentiva sereno quando stava con lui, e dall’altra parte si sentiva in colpa per provare queste sensazioni.
Mentre pensava così, sente una voce dietro le spalle:
– Ciao – dice Fausto
– Ciao!!! – risponde Luke, alzandosi quasi di scatto e sbattendo la gamba contro il ripiano del tavolino, così forte da farlo traballare.
– [Non ci pensare, fallo e basta, non ci pensare, fallo è basta]
Luke stringe Fausto nelle braccia e lo bacia in bocca. Brevemente, di fretta. Si stacca e rimane a guardarlo negli occhi, ed ha paura della sua reazione.
– Ecco… – quasi per riempire un vuoto, e gli occhi di Fausto si illuminano. Stringe Luke nelle spalle e stavolta lo bacia lui, più a lungo e dolcemente. Poi lo guarda, e quegli occhi già dicono tutto:
– Sono felice quando sto con te, e ci voglio rimanere per sempre.
– Ho paura. Vorrei ma ho paura di non riuscirci da solo.
Allora si abbracciano, e rimangono abbracciati per un tempo che sembra indefinito, e l’abbraccio è il sigillo alla loro riappacificazione.
Si prendono per mano e si siedono al tavolo, e dopo aver ordinato è Fausto che prende parola:
– Sapevo di trovarti qui….
– Lo sapevi?
– Sì, me l’avevi detto che ti piaceva particolarmente questo baretto….
– E tu te lo sei ricordato?
– Mi ricordo tutto di te…
– Tutto….
– E ero venuto a cercarti….
– A cercarmi… – e a Luke si illuminano gli occhi
– Sì, perché ho una notiziona da darti…
– Che notiziona? – e Luke già ci spera.
– La RTS di Capodistria mi ha offerto un lavoro!
– Un lavoro? – un groppo nella voce.
– Sì, hanno detto di aver letto i miei Diari…
– I tuoi diari…
– Sì, e mi vogliono affidare un programma radiofonico, dove dovrei raccontare vita, società e costumi dei Paesi europei.
– Tutti i Paesi europei?
– Sì, uno a settimana, tutti i Paesi che parteciperanno alla prossima edizione dell’Eurovision.
– Ma ti dovresti trasferire a Capodistria?
– Eh beh, gli studi di registrazione sono lì….
– Ma….
– Ma che?
– E noi?
– Cioè?
– Noi, noi insieme, che fine facciamo?
– Beh, quel programma è una proposta interessante….
– Sì, ma noi? Ci siamo baciati un attimo fa. Non vuol dire niente?
– Beh, potresti trasferirti con me… e poi gli ho già detto di sì…
– E al nostro futuro non hai pensato?
– Guarda che ieri abbiamo litigato….
– E adesso abbiamo fatto pace, o no? Perchè sei venuto a cercarmi?
– Perché sei la persona a cui tengo maggiormente di dirlo.
– E a noi non hai pensato? Io ho la mia vita, o cerco di avere la mia vita a Malta, poi ti incontro e mi si sconvolge l’esistenza, finiamo anche a litigare e poi arrivi e la cosa più importante che ti senti di dirmi è che da qui a quando, una settimana?
– Un mese….
– Un mese! Da qui a un mese prendi e te ne vai in Slovenia? E io sono la persona a cui tieni maggiormente di dirlo? Ma accidenti a te e a quando ti ho incontrato!
– Ma….
Luke si alza rumorosamente, quasi sbatte dieci euro sul tavolino, e se ne va.
Fausto lo guarda allontanarsi senza avere la forza di alzarsi, ritorna sul suo senso di colpa, fissa i dieci euro sul tavolino, poi si guarda le mani, per un momento pensa che sono meno affusolate di quelle di Luke. Poi si copre gli occhi e comincia a piangere nell’indifferenza generale.