Siamo di nuovo qui, nella Sala Stampa Lucio Dalla, per seguire la terza serata del Festival di Sanremo 2016. Serata che è allo stesso tempo “di transizione”, in quanto stasera si svolge la serata delle cover e i big non interpretano le loro canzoni in gara, ma anche molto importante per la presentazione dei restanti quattro giovani, dopo i quattro di ieri sera. Proprio con le loro sfide a eliminazione dirette inizia il programma.
La prima a scendere in campo è Miele, con “Mentre ti parlo”. Voce non limpidissima ma proprio per questo suggestiva, e molto potente. Brano drammatico e appassionato, cattura l’attenzione e i sentimenti dell’ascoltatore. Segue Francesco Gabbani con “Amen”, un brano che è già tra i favoriti del pubblico. Ritmato e arioso, che trascina nel canto e nel ballo chiunque lo ascolti. Altra sfida difficilissima. Miele viene dichiarata vincitrice, ma si scopre poi che il voto della sala stampa ha avuto un inconveniente, e neppure due ore più tardi arriva l’annuncio che il risultato, in realtà, è favorevole a Francesco Gabbani. Capiamo i problemi tecnici, ma non vorremmo sinceramente essere nei panni di Miele.
Seconda sfida: Michael Leonardi gareggia con “Rinascerai”. La sua voce ci ricorda i toni di Alessandro Safina, ma l’impostazione non è assolutamente lirica. Il brano è moderno, epico e suadente allo stesso tempo, e l’unica concessione al classico è il key change finale. Non è esattamente quello che ci si aspetta da un tenore. Segue Mahmood con “Dimentica”. La strofa è ricca di dissonanze e per niente orecchiabile. Il ritornello si colloca su di un piano più melodico, ma di poco. L’impostazione vocale, contaminata dalle origini egiziane del cantante, è molto diversa da quella a cui siamo abituati. Vince, piuttosto a sorpresa, Mahmood.
L’apertura vera e propria è affidata a Marc Hollogne, con un’esibizione del suo cinéma-théâtre e del suo personaggio “Marciel”, che presto arriverà da noi con lo spettacolo ” Marciel in Italia: i colori della vita”, storia di una ragazza imprigionata in un film muto.
Si parte poi con le cover, che si votano a gruppi di quattro. La prima è Noemi, che ha scelto “Dedicato” di Loredana Berté. Noemi rende il brano meno indolente, lo accelera leggermente e lo affronta con grinta e allegria. Ne risulta un’interpretazione più “popolare”, senz’altro apprezzabile.
Scelta insolita per i Dear Jack: “Un bacio a mezzanotte” del Quartetto Cetra. Intanto, un punto in più per l’interesse dimostrato in un genere non esattamente da giovani. Nelle loro mani, la canzone diventa un pezzo moderno, in un curioso mix di swing e reggae. Molto buona l’intonazione di Leiner Riflessi.
Per la cover di “Goldrake”, gli Zero Assoluto tornano al loro stile “soft” di “Svegliarsi la mattina”, abbracciando la versione di qualche anno fa di Alessio Caraturo. Hanno scelto di andare sul sicuro, ma sarebbe stato interessante vederli scatenare con il ritmo originale, magari con qualche grido sul tipo “Alabarda spaziale!”.
Un omaggio a Pino Daniele, “Amore senza fine”, per Giovanni Caccamo e Deborah Iurato. Va bene, la suggestione della voce di Pino è inarrivabile, e il duetto rende il tutto un po’ più “nazional-popolare”, aiutato da un arrangiamento un po’ troppo marcato. Voci comunque buone. Alla fine del primo gruppo, supera il turno Noemi.
Patty Pravo sceglie la strada più facile: fare la cover di se stessa con “Tutt’al più”. Per l’occasione ospita il rapper Fred De Palma (quest’anno è l’ultima moda). Ne nasce un duetto alla “Parole, parole, parole”, con Patty teatrale e drammatica. Attuale il contrasto fra il giovane e la donna più vissuta ma splendida.
Alessio Bernabei canta con Benji e Fede “A mano a mano” di Riccardo Cocciante, ma ispirandosi piuttosto alla versione di Rino Gaetano. Ritmo cadenzato che porta a battere le mani, andamento cantabile, ma l’accorata drammaticità dell’originale è ben lontana.
“Amore disperato” di Nada è la scelta di Dolcenera, che rende il pezzo dance. Una buona intuizione: sembra quasi una canzone diversa, ma, onestamente, fra l’originale e la sua cover, non sapremmo davvero quale scegliere. Meritevole.
Clementino sceglie “Don Rafaè” di Fabrizio De Andrè. Qui il cantante tira fuori tutta la sua napoletanità classica, tanto da farci chiedere perché non abbia scelto piuttosto questa direzione. L’unica reminiscenza del Clementino rapper, stasera, sono le braccia tatuate. Niente male: e infatti vince la sfida.
E ora, alziamoci tutti in piedi: i Pooh, per la prima volta dal vivo insieme a Riccardo Fogli, salgono sul palco dell’Ariston. Il medley che eseguono comprende “Dammi solo un minuto”, “Tanta voglia di lei”, “Piccola Katy”, “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Pensiero” e “Chi fermerà la musica” (e perché la volete fermare proprio voi, ragazzi?). La sala stampa si scatena come con nessun altro ospite. Lo stesso avviene durante il ritornello di “Uomini soli”, il brano vincitore del Festival nel 1990, con un curioso finale “drammatico” fra Riccardo e Roby. Standing ovation.
Irrompono poi Elio e Le Storie Tese, conciati in stile Anni Settanta. Per far rientrare nel gruppo anche il Maestro Diego Calvetti, lo hanno travestito e rinominato Sergio Antibiotice. Eseguono “Quinto ripensamento”, cover di “A Fifth of Beethoven” con testo italiano scritto da loro. C’è poco da dire: questi sono musicisti. Un pezzo da manuale.
Arisa arriva in una tunichetta corta arcobaleno in paillettes, molto Anni Sessanta. Del resto, interpreta “Cuore” di Rita Pavone, incollata su di un ritmo yè yè che la rende molto più simile a un brano di Caterina Caselli. Simpatica idea, come sempre ottima voce.
Ancora Napoli per Napoli: Rocco Hunt canta “Tu vuo’ fa l’americano”. Ritmo incalzante, molta fisarmonica, inserto rap, platea in piedi a battere le mani. Sicuramente coinvolgente, convinto e molto deciso, con allegria.
“Il mio canto libero” di Lucio Battisti è la scelta di Francesca Michielin. L’incedere è solenne, l’arrangiamento epico, mentre nel bridge si riprende l’atmosfera sognante dell’originale. Francesca suona anche le percussioni in scena. Una buona prova. La sfida, però, la vince Rocco Hunt.
Ancora una quaterna. Neffa ha convocato i Bluebeaters per il classico “O’ sarracino”, che, infatti, sembra diventato un pezzo di Giuliano Palma. Qualche incertezza nella vocalità, ma nel complesso diverte e fa ballare gran parte della sala stampa.
“Io vivrò senza te” di Lucio Battisti è un pezzo talmente drammatico che risulta difficilissimo, anche per l’interprete più smaliziato, non cadere nel noioso o nel patetico. Valerio lo esegue al pianoforte ma aggiunge un poco di ritmo. La voce, come già sappiamo, è ottima, e l’insieme ha classe. Bravo.
Irene Fornaciari canta “Se perdo anche te” di Gianni Morandi. La cover non si discosta di molto dall’originale, anzi, ne esalta ancora di più il carattere Anni Sessanta, con un arrangiamento un po’ “Bang bang”. Molto carina, poco originale.
I Bluvertigo affrontano “La lontananza” di Domenico Modugno. E’ una vera cover, completamente stravolta, che mantiene solo testo, melodia e un vago arrangiamento di fiati. Morgan ha dimostrato in varie occasioni il suo grande amore per i grandi autori del passato, e, anche in questo caso, il risultato è positivo. La sfida, comunque, viene vinta da Valerio Scanu.
Eccoci alla quaterma finale. Lorenzo Fragola affronta “La donna cannone” di Francesco De Gregori. Versione classica, nessun picco di originalità. Lorenzo la interpreta con la sua voce particolare. Buon livello di voce e tecnica, ma niente di nuovo.
Napoli la fa da padrona stasera: anche Enrico Ruggeri canta in napoletano “‘A canzuncella” degli Alunni del Sole. Enrico la interpreta a suo modo, con stile, come dice lui, “più elettronico”. Questo vuol dire veramente fare propria una canzone.
Insolita la scelta di Annalisa, che propone “America” di Gianna Nannini. Grande coraggio, buona grinta e voce impeccabile, ma in qualche modo pensiamo che, per interpretare un brano del genere, sia necessario essere un personaggio particolare: è un brano che non le si adatta molto.
Chiudono gli Stadio con “La sera dei miracoli” di Lucio Dalla. Si va ovviamente sul sicuro, ma Curreri conquista, fra pathos e affettuosa imitazione del Maestro. Un pezzo da concerto, più che da palco dell’Ariston. Grande commozione, infatti vincono loro.
Si arriva al secondo ospite musicale, Hozier con la strafamosa “Take me to Church”.
La classifica finale delle cover: al quinto posto Rocco Hunt, al quarto posto Noemi, al terzo posto Clementino, al secondo posto Valerio Scanu, vincono, molto meritatamente, gli Stadio.