A poche ore dall’inizio di questo Eurovision Song Contest, arriva una notizia che lascia ammutoliti non solo i fans eurovisivi, ma gli amanti della musica di tutta Italia e ben oltre: a 76 anni, dopo lunga malattia, si è spento Franco Battiato.

Non ci sono parole per descrivere la gravissima perdita che la sua scomparsa infligge alla musica italiana. Certo, i fans eurovisivi associano immediatamente il suo nome a quella splendida “I treni di Tozeur”, interpretata insieme ad Alice, che si classificò quinta a Lussemburgo nel 1984 e che, in un’epoca in cui le canzoni eurovisive italiane venivano spesso dimenticate il giorno seguente alla manifestazione, si impose come una hit fin dal primo momento, fino a diventare un classico della nostra musica. Ma Franco Battiato era molto, molto di più.

Siciliano, nato in provincia di Catania, si trasferì a Milano a causa dei suoi studi universitari, e lì iniziò a frequentare un cabaret, il “Club 64”, nel quale apriva, accompagnandosi con la chitarra, gli spettacoli di artisti come Paolo Poli, Enzo Jannacci, Renato Pozzetto e Bruno Lauzi. Scoperto da Giorgio Gaber, iniziò a lavorare come puro interprete, incidendo alcune cover di brani sanremesi sui celebri 45 giri della Nuova Enigmistica Tascabile. Scritturato dalla Jolly, si inserì nel filone di protesta, e fu l’incontro con Francesco Guccini a fargli cambiare il proprio nome di battesimo (all’anagrafe, appunto, Francesco) per evitare confusioni. Passò poi alla Philips e a una musica decisamente pop, incidendo brani come “E’ l’amore” e “Bella ragazza”, decisamente inconciliabili con il Battiato che tutti conosciamo, canzoni che oggi sono curiosità per appassionati.

Negli anni Settanta, cercando la sua vera strada musicale, si dedicò al progressive rock, con album come lo splendido “Fetus” (inciso anche in inglese come “Foetus”), “Pollution” e “Clic”, dedicato a Karlheinz Stockhausen. Vennero poi il periodo sperimentale, durante il quale collaborò con vari gruppi, l’incontro con Giusto Pio e un primo avvicinamento all’opera teatrale, con “Baby sitter”, ispirato al ready-made di Marcel Duchamp.

Ma fu alla fine degli anni Settanta che Battiato si riavvicinò al pop, contaminandolo però con tutte le sue precedenti esperienze. Ne risultarono tre album epocali: dapprima “L’era del cinghiale bianco”,  poi “Patriots” e infine “La voce del padrone”, un successo straordinario che rimase per mesi incollato al primo posto in classifica, ancora oggi uno degli album italiani più venduti di tutti i tempi.

Quanto ci sarebbe ancora da dire su Franco Battiato? La collaborazione con Alice; la scrittura musicale “colta”, con le opere “Genesi” e “Gilgamesh”, fra le altre, e i sette movimenti sperimentali “Campi magnetici” commissionati dal Maggio Musicale Fiorentino; la trilogia dei “Fleurs”, dove tornò puro interprete delle più belle canzoni dei nostri cantautori; ma anche la sua attività di pittore, di politico… Franco Battiato è stato un intero mondo, impossibile da raccontare in un articolo come questo, che può solo cogliere la superficialità della sua arte e de suo essere.

Ognuno di noi saprà continuare, o iniziare adesso, ad approfondire la sua vasta e molteplice produzione. Noi fans eurovisivi, nel nostro piccolo, lo ricordiamo insieme ad Alice nella loro splendida “I treni di Tozeur”. Addio Maestro, oggi ciascuno di noi ha perso un piccolo pezzo di cuore.