Home #ESC2021 Barbara Pravi, le rêve fou che ha stregato

Barbara Pravi, le rêve fou che ha stregato

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Ci sono brani musicali in cui gli interpreti non raccontano storie d’altri, ma parlano di sé stessi. Ed è proprio il caso di Voilà portato da Barbara Pravi ad Eurovision 2021 a rappresentare la Francia.

È una biografia. E come si racconta lei?

Partiamo dal racconto visuale, che già trasmette tutto il senso da solo. Un palco, vuoto, e lei che vi si staglia al centro con i riflettori che le mettono in evidenza alcune parti e in ombra altre. Un arrangiamento essenziale che sottolinea una voce a tratti restia, il più delle volte
rabbiosa e orgogliosa, o triste e malinconica. Così si racconta anche nelle parole. Come una chanteuse à demi, una cantante a metà.

Tutto il brano in effetti descrive Barbara in toni modesti ma sinceri. Il tema di questa canzone, dice Barbara, sono io, una fille aux yeux noirs et de son rêve fou. Ed effettivamente tutta la rappresentazione scenica è incentrata solo ed unicamente su di lei.

I suoi occhi neri hanno effettivamente bucato lo schermo e la tenacia del folle sogno (scherzo del destino che sia arrivata in classifica subito sotto il folle volo dei Måneskin!) d’una donna e dei suoi sentimenti hanno spiazzato. Esaminiamo questa corsa di parole.

“Ascoltami, io, la cantante a metà
Parla di me ai tuoi amori, ai tuoi amici
Racconta loro di questa ragazza dagli occhi neri e del suo folle sogno.
Quello che voglio è scrivere storie che ti raggiungano
Tutto qui…”

Qui c’è tutto il desiderio di arrivare al pubblico nuda, senza altro da mostrare se non la propria anima e il proprio scopo sulla terra. Far sognare con le sue storie. Questo è il lavoro di un artista.

Denudata, l’anima si racconta. Il suo scopo ultimo è infatti essere raccontata, lasciar traccia nei cuori e nelle storie degli altri, raccontando altre storie.

“Ecco chi sono
anche se vengo messa a nudo ho paura
ma eccomi nel rumore e nel silenzio
guardatemi, o perlomeno quello che resta”

E ormai consunta (in un deliquio decadente tipico della teatralità di questo brano) quest’anima nuda, che si nutre e produce a sua volta rumore e silenzio, offre i suoi ultimi accenti alla vista di tutti.

Guardatemi, ossessivamente richiama, guardate in me la vostra stessa essenza. Come da sempre fa l’arte allo spettatore.

“Guardami, prima che io mi odi
Cosa dirti che le labbra di un altro non ti diranno?
Non è molto ma io tutto quello che ho l’ho messo lì, tutto qui”

Qui ci vedo quasi un discorso meta-artistico oltre che prettamente intimo: è l’arte che parla di sé stessa. Della incapacità di dire, di una parola ormai già detta e che soffre per la mancanza di originalità, di un artista e di un mondo culturale ormai disprezzato e poco considerato dall’umanità, volta all’utilitarismo.

Tutto ciò che ho te lo offro, dice l’artista (ma lo racconta anche la donna), “Ecco me stessa (…) la mia faccia, il mio grido eccomi, no non importa (tanto peggio per te)”.

Abbiamo tradotto liberamente per cogliere proprio l’inutilità interiore che attanaglia l’artista in un tempo che si dimentica di lui. E non può non tornarci ora alla mente il lungo letargo del mondo artistico e culturale durante la pandemia!

“(Questa sono) io, il mio sogno la mia voglia, come ne muoio come ne rido
eccomi nel rumore e nel silenzio.
Non ve ne andate, ve ne prego! Rimanete a lungo.
Questo forse non mi salverà,
ma non so cosa fare senza di voi.
Amatemi come si ama un amico che se ne va per sempre, io voglio che mi si ami perché io
non sono amare molto bene i miei contorni”

La donna indirizza il suo grido ad un io generico e chiede di essere amata. L’artista reclama il suo pubblico, pretende di essere in correlazione con il suo spettatore, quasi volesse ricordare quanto la presenza fisica di una audience è davvero un’altra cosa, rispetto agli spettacoli in streaming, dove il contatto con il pubblico non c’è più.

Il testo è auto-esplicativo, ma qui succede qualcosa di diverso. Si dice non di ascoltare l’artista, si parla di amare. Qui come già anticipato, mi viene da pensare che non c’è più solo Barbara l’artista Barbara, ma c’è la donna, questa ragazza che evidentemente ha dovuto, come quasi tutti, affrontare anche il dramma personale di non amare “i suoi contorni” e che vorrebbe essere amata in modo struggente, come si ama un amico che si perso per sempre.

Ma ovviamente, tutte le interpretazioni sono sempre personali, ciascuno ci vedrà anche la sua storia, come in molte opere d’arte.

Anche in questo caso, il testo è di una bellezza disarmante, ma non è assolutamente possibile disgiungerlo dalla visione della performance scenica che aggiunge sensi imprescindibili. Gustiamocela.

Rossella Vitucci